Istituto Statale d'Arte e Liceo Artistico ROMA 2 - classe II M

LE MURA E LE PORTE DI ROMA

San Pietro e mura gianicolensi

Porta Maggiore e S. Croce in Gerusalemme

Porta San Giovanni e Basilica

Porta del Popolo e Porta Pinciana

Porta San Paolo e Basilica

Porta Metronia e S. Stefano Rotondo

Santa Maria in Trastevere





Santo Stefano Rotondo e Porta Metronia

(alcune parti sono riprese dal sito NUOVI PANORAMI, "La ricchezza di Santo Stefano Rotondo" di Romena Brugnerotto)


Da qualunque parte si arrivi, la Chiesa di Santo Stefano Rotondo, in cima alla collina del Celio, è comunque nascosta alla vista e una cinta di mura custodisce e nasconde allo sguardo dei più il tesoro e la ricchezza di quei pochi metri della Roma antica e medioevale.

Varcato il cancello del muro di cinta, ciò a cui ci si trova di fronte è una stradicciola all'interno di un giardino; fatti pochi passi si sarà di fronte all'ingresso della chiesa. Non si tratta certo di un ingresso monumentale e questo rende ancor più grande la sorpresa che si prepara all'interno.

La ricchezza a cui si è accennato parlando di Santo Stefano Rotondo è riferita alle numerose e eterogenee testimonianze archeologiche ed artistiche presenti in questo luogo. Cominciando a leggere questa chiesa dal periodo più antico, nel 1973 fu scoperto, e successivamente reso visibile, un santuario del dio Mithra, il culto del quale era stato importato a Roma in epoca imperiale dall'Asia Minore, convivendo con la religione ufficiale.


Alcune testimonianze archeologiche hanno dimostrato che il santuario di Mithra fu frequentato anche dopo l'abbandono dei Castra (avvenuta dopo la metà del IV secolo in seguito alle successive ondate di invasioni barbariche) per essere poi distrutti prima della rasatura di tutte le strutture romane alla stessa quota e della realizzazione del riempimento per la costruzione della Chiesa agli inizi del V secolo. La zona dei Castra diventò probabilmente proprietà della Chiesa grazie all'imperatore come avvenne anche nel caso del Laterano la cui area della caserma degli Equites Singulares fu donata dall'imperatore Costantino al Papa per la costruzione della grande basilica episcopale della comunità cristiana di Roma.

Il committente della grandiosa Chiesa di Santo Stefano Rotondo era probabilmente legato al Papa Leone I (440-461 d.C.) il quale aveva già promosso la costruzione di un'altra chiesa dedicata a Santo Stefano sulla via Latina. La costruzione della Chiesa di colloca intorno al 460 d.C., sotto il regno dell'imperatore Libio Severo (461-465 d.C.): due monete di questo imperatore sono infatti state rinvenute nel riempimento della fossa di costruzione del secondo colonnato nel settore sud della Chiesa e l'analisi degli anelli delle travi del tetto indicano che i fusti sono stati tagliati poco dopo l'anno 455 d.C. (da ricordare che il legname nei lavori di carpenteria viene utilizzato fresco). La costruzione presenta un impianto architettonico assai poco comune e in un'unica struttura si combinano due tipi edilizi caratteristici dell'architettura tardoantica: l'edificio a pianta centrale con deambulatorio e quello a forma di croce greca. Queste tipologie architettoniche furono usate per la prima volta negli edifici cultuali cristiani del IV secolo e in particolare nelle Chiese donate dall'imperatore Costantino: in molti casi era egli stesso a progettarle come nel caso della cattedrale di Antiochia, a pianta centrale, e della Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, a forma di croce greca.

L'idea di un edificio a forma di croce nasce in questo periodo ed è particolarmente usato nelle strutture dedicate alle memorie dei martiri: la forma si riferisce alla croce di Cristo come simbolo della vittoria del Salvatore sulla morte e sul male. Secondo questo tipo di lettura Santo Stefano Rotondo, memoria del Protomartire Stefano, si inserisce in questa tradizione riferendosi alla morte del martire e alla sua vittoria a imitazione di Cristo. L'edificio a pianta circolare è composto da una parte centrale con un tamburo alto 22,16 metri che poggia sopra un colonnato architravato di 22 colonne. Questo vano centrale è circondato da due anelli dei quali quello esterno è diviso da quattro bracci di croce in quattro settori diagonali.

Il secondo anello e i bracci di croce si aprono verso l'ambulacro più interno della chiesa mediante una fila di arcate mentre i vani interni del secondo anello si affacciano sui bracci di croce con una lunga apertura tripartita a Serliana. Ne deriva un effetto al tempo stesso di trasparenza e di monumentalità il tutto ottenuto anche utilizzando tecniche architettoniche non monumentali, come nel caso dei vani interni dei settori diagonali coperti con tubi fittili, dando un grandioso senso di capacità costruttiva. Di tubi fittili è anche composta la volta centrale autoportante, come nella Chiesa di San Vitale a Ravenna: questo sistema venne scelto perché una cupola di struttura convenzionale avrebbe esercitato una spinta eccessiva sulle pareti di scarico.
Un contrasto si legge tra il progetto grandioso della chiesa, l'architettura monumentale di grande prestigio e la trascuratezza nell'impiego dei materiali della decorazione architettonica: infatti lo spessore del blocco all'altezza del profilo superiore dell'architrave marmoreo risulta di differente spessore (da 95cm fino a 1,10m), le modanature dei blocchi sono lavorate con estrema negligenza e molte delle colonne sono di differente qualità. Queste colonne probabilmente vennero prelevate da un magazzino di marmi e di spoglie di elementi architettonici dal momento che le botteghe di lavorazione, attive in epoca imperiale, in quel momento erano già in dismissione. Questa situazione eterogenea è simile a quella che si presenta a Santa Maria Maggiore dove, nel Settecento, Ferdinando Fuga decise di sostituire i capitelli tardoantichi per renderli tutti uguali Questa situazione porta a pensare che gli elementi tradizionali della decorazione architettonica, nel periodo a cavallo tra antichità e medioevo, hanno perso valore e la loro collocazione è diventata irrilevante nel contesto architettonico. Innocenzo II (1130-43) nel dodicesimo secolo aggiunse il portico, a cinque arcate su colonne antiche con capitelli tuscanici, e la triplice arcata interna, mentre l'architetto rinascimentale Bernardo Rossellino, nel 1453, nel restaurarla su incarico del papa Niccolò V (1447-55), consolidò le coperture ma eliminò l'ambulacro esterno e tre dei quattro bracci della pianta.

Sulle pareti del muro perimetrale, a partire del 1585, gli artisti Pomarancio, Tempesta e Bril dipinsero il Martirologio, 34 affreschi raffiguranti le persecuzioni afflitte dagli imperatori romani ai martiri.

Di particolare richiamo la cappella dei Santi Primo e Feliciano, ricavata in una parte del braccio superstite della croce greca: di rilievo il mosaico del VII secolo raffigurante Cristo su Croce Gemmata (ma non crocifisso, secondo uno schema iconografico molto antico) tra i due santi titolari della cappella.

A chiudere la cappella di Santo Stefano d'Ungheria, omonimo del santo titolare della Chiesa, con il sepolcro degli inizi del XVI secolo.



Porta Metronia

Porta Metronia si apre lungo il perimetro delle grandi Mura Aureliane. Numerosi furono i nomi che le vennero attribuiti: Metrodia, Metaura, Metrone, Metiana, Mitrobi, Metrovia (probabilmente da un tal Metrobius che avrebbe posseduto un vasto possedimento in questa zona) e persino Gabiusa, per il fatto che la via Gallia, che si trova subito dopo la porta, conduceva a Gabii, l'antica città dei Volsci, ricca e potente durante l'età repubblicana. La Porta Metronia era in realtà una semplice posterula perchè non aveva grande importanza come uscita dalla città e infatti, caso unico, la porta, anziché essere fiancheggiata da torri, era inclusa alla base di una torretta, sporgente verso l'interno della città (possiamo ammirarla nella foto sotto il titolo alla base della torretta merlata e nella foto a destra in mezzo alle due coppie di fornici, naturalmente ribassata rispetto al piano stradale attuale). L'arco della porta non presenta né stipiti né architravi bensì un solo arco in laterizio, mentre le due coppie di fornici laterali furono aperte una al tempo del fascismo e l'altra nel dopoguerra soltanto per migliorare la circolazione stradale. Il fornice di Porta Metronia venne chiuso nel XII secolo affinché la porta stessa potesse essere utilizzata per il passaggio dell'Acqua Mariana, portata a Roma da papa Callisto II nel 1122 e proveniente da Squarciarelli. Denominata anche Marana di S.Giovanni (deviazione linguistica che poi a Roma verrà utilizzata per indicare qualsiasi acqua stagnante) perchè scorreva all'esterno della Porta S.Giovanni, l'acqua Mariana, superata Porta Metronia, proseguiva verso la Valle Murcia e, dopo aver creato piccoli acquitrini nella valle del Circo Massimo, finiva nel Tevere, nei pressi della Cloaca Maxima: qui veniva utilizzata per muovere ben 14 "mole di terra", come venivano chiamati questi mulini azionati non dall'acqua del Tevere ma dalla Marrana, appunto. Sul lato interno della porta, proprio al di sopra della posterula murata, vi sono conservate due lapidi che ricordano lavori di restauro: una riguarda lavori eseguiti per volere di Gregorio XIII nel 1579 (nella foto a sinistra) e l'altra invece risalente al 1157.





Studenti: Francesco Di Benedetto, Alessandro Stefanini e Marco Ranieri Marco (foto)

Professori: Rossella Venuto (Storia) e Andrea Bonavoglia (Storia dell'Arte)